La poliziotta del G8 e lo scandalo albanese
Nella notte tra
il 21 e il 22 luglio 2001 la caserma di Bolzaneto, dove furono condotte le
persone arrestate nei giorni del G8, era stata descritta dai pm nella loro
requisitoria come «un girone infernale» e un luogo di tortura fisico e psichico
dove sarebbe stata violata la dignità umana e i diritti alla persona. Anche in
infermeria, secondo l’accusa, medici e agenti avrebbero inflitto vessazioni
agli arrestati feriti. I giudici hanno ridotto di un terzo sia le richieste di
condanna dei pm che il numero dei condannati. Non hanno inoltre confermato per
la maggior parte degli imputati il reato di abuso d’ufficio doloso, contestato
dai pm in sostituzione del reato di tortura non ancora previsto dal nostro
ordinamento giudiziario. Solo ad Antonio Biagio Gugliotta, ispettore di polizia
penitenziaria, infatti, i giudici hanno confermato l’impostazione accusatoria,
confermando il reato di abuso d’ufficio. Gli altri condannati sono Alessandro
Perugini, all’epoca numero due della Digos di Genova, il funzionario di polizia
con il grado più alto nella struttura, e l’ispettore Anna Poggi, a 2 anni e 4
mesi di reclusione ciascuno; Daniela Maida, ispettore superiore ad 1 anno e 6
mesi; Antonello Gaetano, a 1 anno e 3 mesi, gli ispettori di polizia Matilde
Arecco, Natale Parisi, Mario Turco e Paolo Ubaldi ad 1 anno di reclusione
ciascuno. Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo di polizia a 3 anni e 2 mesi
di reclusione; Barbara Amadei a 9 mesi, Alfredo Incoronato a 1 anno, Giuliano
Patrizi a 5 mesi. Condannati anche i medici Giacomo Toccafondi ad 1 anno e 2
mesi di reclusione e Aldo Amenta a 10 mesi. Ma le pene non saranno scontate per
effetto del provvedimento di indulto. Il tribunale di Genova ha poi condannato
i ministeri della Giustizia e degli Interni, responsabili civili, al
risarcimento di numerose parti civili in solido con alcuni degli imputati
condannati. I giudici hanno assegnato a titolo di provvisionale immediatamente
esecutiva da 2mila e 500 a 15mila euro in favore di alcune parti civili, tra
cui Massimiliano Amodio, Giuseppe Azzolina, Anna Julia Kutschkau, Luis Garcia
Lorente, e Mohamed Tabbach (15mila a testa); a Enrica Bartezaghi Roberto Gallo,
Liliana Fassa e Ettorina Gandina (2.500 a testa) e per le restanti parti civili
10mila euro. Tra gli imputati assolti figura il colonnello di polizia
penitenziaria Oronzo Doria, ora generale, per il quale i pm avevano chiesto una
condanna a 3 anni e 6 mesi. Sono stati inoltre assolti tutti i carabinieri
imputati. Confermata per Giuseppe Fornasiere ufficiale di polizia penitenziaria
l’assoluzione come chiesto dai pm. «Nella sostanza l’accusa di abuso d’autorità
è stato riconosciuta. Inoltre è stata riconosciuta la responsabilità di diversi
imputati», ha commentato il pm Vittorio Ranieri Miniati, che ha rappresentato
l’accusa con la collega Patrizia Petruzziello. «È stato riconosciuto - ha
proseguito - che qualcosa di grave nella caserma di Bolzaneto è successo». «Il
tribunale - ha aggiunto - ha ritenuto di assolvere diversi imputati. Leggeremo
la sentenza e valuteremo se fare appello.
La promozione per Anna Poggi era arrivata a processo in corso, la
riconferma dopo la condanna. Nei giorni bui del G8 del 2001 in cui la caserma
di Bolzaneto si trasformò in un centro di tortura, Anna Poggi, ispettore di
polizia genovese, era la responsabile dell’ufficio trattazione atti della
struttura, in cui vennero arrestati illegalmente, umiliati e seviziati decine
di manifestanti noglobal.
Come per tanti altri poliziotti
perseguiti per le violenze durante il vertice, la condanna a 2 anni e 4 mesi
(confermata in Cassazione ma prescritta) non le ha impedito gratificazioni e
avanzamenti di carriera. Nonostante i guai con la giustizia l’Italia nel 2008 la
promuove a rappresentante investigativo e diplomatico in Albania: un incarico
delicatissimo, poiché guida un coordinamento interforze legato all’Interpol, in
prima linea nella lotta al narcotraffico mondiale a cui l’Italia presta un
occhio di riguardo, essendo a pochi chilometri dalle sue coste. L’ufficio nel
2015 è lambito da uno scandalo che, ha investito il ministro degli Interni
Saimir Tahiri, accusato dall’ex capo dell’Antidroga di Valona di essere legato
a una gang di narcos. E Poggi è stata,
misteriosamente, rimossa dal Viminale.
Per capire meglio
questa storia, si può iniziare dall’epilogo. In un anonimo ufficio delle
autorità svizzere si presenta un uomo che chiede asilo politico. Ha paura, si
sente braccato, ha lasciato in incognito l’Albania, il suo paese, perché teme
per la propria sicurezza e quella della famiglia. Un tempo era una figura
importante, è stato capo della polizia di frontiera di Valona e poi
responsabile della lotta al narcotraffico. Si chiama Dritan Zagani. Ha subito
un’onta: l’arresto con l’accusa, come nelle più classiche delle trame noir, di
essere passato dall’altra parte. Si sarebbe fatto prendere la mano da
operazioni illegali, avrebbe smerciato droga e venduto informazioni a
investigatori italiani della Guardia di Finanza.
Della stessa vicenda lui racconta
tutta un’altra versione: i suoi problemi, dice, sono cominciati quando ha
scoperto una nuova rotta dei narcos, che invece di attraversare le acque
avevano iniziato a far volare aerei pieni zeppi di droga diretti in Italia.
L’indagine lo porta a una banda di cui farebbero parte anche i cugini del
ministro dell’Interno albanese e che avrebbe utilizzato auto di Stato per
nascondere i carichi. Lo scenario che descrive, in un’intervista resa pubblica
dal giornalista d’inchiesta Basir Collaku, è apocalittica. E dal crimine
organizzato porta ai gangli dello Stato. Il caso diventa subito un terremoto.
Chi è davvero Zagani, un funzionario corrotto, come dice il premier di Tirana,
o un Serpico che ha toccato interessi troppo forti? E soprattutto: che
implicazioni ha per l’Italia tutto questo?
A giugno 2015 il
polverone è già in corso. E dopo sette anni Anna Poggi viene rimossa e
sostituita dal sostituto commissario Michele Grillo. Fonti del Viminale lo
definiscono un avvicendamento di routine. Ma è un fatto che la situazione non è
facile all’interno degli uffici investigativi italiani. Da un lato ci sono le
contestazioni dei detrattori di Zagani, che lo descrivono come un uomo che
avrebbe passato informazioni alle Fiamme Gialle (in modo infedele). Dall’altro
c’è la versione alternativa dello stesso Zagani, raggiunto al telefono dal
Secolo XIX nel luogo segreto in cui è rifugiato: tra le prove contro di lui,
sostiene, ci sarebbe anche una lettera firmata dai vertici dell’ufficio
investigativo italiano. Mentre, sostiene il poliziotto in fuga, con la Finanza
conduceva delicatissime inchieste antinarcos, autorizzate e conosciute da
entrambi gli Stati.
Questi veleni hanno
a che fare con il cambiamento del vertice dell’ufficio investigativo italiano a
Tirana? Anna Poggi è intanto finita a Lubiana, in Slovenia, sostituita nell’incarico
da Michele Grillo. Da tempo il ministero dell’Interno (per la dirigente
genovese come per gli altri colleghi prescritti ma responsabili civili) si è
invece accollato l’onere del risarcimenti delle vittime di Bolzaneto. Prima
delle condanne definitive, altre promozioni illustri avevano riguardato
superpoliziotti condannati per i fatti di 14 anni fa, irruzione alla scuola
Diaz in particolare: Vincenzo Canterini (da capo dei celerini a capo Interpol
in Romania), Francesco Gratteri (ex numero tre della polizia), Giovanni Luperi
(ex capo analista dei servizi segreti), Gilberto Caldarozzi (ex capo dello Sco,
l’Fbi italiano).
Nel 2016 l’ufficio investigativo italiano a
Tirana finisce nuovamente sotto tiro.
L’11 marzo 2016 al porto di Durazzo, in Albania,
approdava un’auto con targa diplomatica italiana. Al suo interno era nascosta
una valigia nera il cui contenuto ha scatenato una crisi politica interna,
nella quale Roma sta giocando un ruolo chiave. Si tratta di un apparecchio per
fare intercettazioni telefoniche a corto raggio, l’IMSI Catcher.
“Questo macchinario è stato introdotto in Albania illegalmente”,
accusa il procuratore generale di Tirana, Adriatik
Llalla, dopo tre mesi di indagini sulla provenienza e
l’utilizzo della valigia nera. Illegale perché non ha ricevuto alcuna
autorizzazione dal capo della Procura generale, come invece prevede la legge
albanese. La segnalazione è partita dalla SHISH,
l’agenzia di spionaggio e controspionaggio albanese. Il 17 maggio il
dimissionario capo della Polizia italiana Alessandro
Pansa scrive alla
procura una lettera per chiarire la situazione. A inoltrare il messaggio è Alberto Cutillo.
Secondo l’ex numero uno della Polizia italiana, lo strumento per
le intercettazioni era un Vortex
Aircube, un macchinario di fabbricazione israeliana che in
Europa è importato dalla franceseErcom e distribuito in Italia proprio dalla Italarms. Aggiunge
Pansa nella lettera che l’apparecchio doveva servire per il “training
on the job”, l’addestramento delle forze di polizia locale: “Tale
assetto addestrativo (l’IMSI Catcher, ndr)
risulta configurato in modalità tale da non essere in grado di svolgere
attività di intercettazione, né di traffico vocale, né di messaggi di testo”.
La scatola per le intercettazioni sarebbe stato sempre nelle mani degli
italiani: “E’ sempre rimasto nella disponibilità degli operatori
italiani e custodito, quando non impiegato per l’attività addestrativa e
formativa, presso l’Ufficio di collegamento italiano in Albania ubicato
all’interno dell’ambasciata italiana a Tirana”, scrive ancora Pansa. Sulla base
di questo argomento, all’apice dello scandalo il numero uno delle forze
dell’ordine albanese Haki
Cako ha evitato
il sequestro: gli strumenti che transitano all’ambasciata godono dell’immunità
diplomatica.
“I compiti degli operatori – prosegue la lettera di Pansa- si
sono concretizzati in attività di formazione ed assistenza finalizzata al
utilizzo della strumentazione per la localizzazione ed il monitoraggio della
telefonia mobile”. Ma se l’utilizzo dell’apparecchio era questo, perché le
autorità locali non sono state avvisate dell’arrivo dell’IMSI Catcher? E
perché, nonostante la lettera, i parlamentari albanesi insistono che
l’acquirente finale fossero le forze dell’ordine albanese? L’intrigo
internazionale continua a far discutere il parlamento albanese. Il controverso
ex primo ministro Sali
Berisha ha pubblicato sul suo profilo Facebook un
elenco di 375
nomi di
importanti personaggi legati alla cultura e alle istituzioni i quali sarebbero
stati intercettati.
I pericoli per la privacy dei cittadini sono noti almeno dal
2013, quando l’FBI ammise di usarli “per spiare criminali”. Ma nell’ammasso di
dati raccolti fin dal 1995, accanto ai criminali, la polizia americana ha
inserito centinaia di cittadini comuni. Nonostante oltreoceano l’FBI sia stata
condannata a pubblicare i documenti relativi ai pedinamenti telefonici via IMSI
Catcher, l’Italia dal 2013 ha indetto ripetutamente gare d’appalto per
“esternalizzare” le intercettazioni della Polizia di Stato proprio attraverso
questo apparecchio. A vincerle, in più occasioni, è stata la Italarms srl, società di Vittorio
Maria Dell’Orto e Giovanni Battista Adani.
La stessa protagonista della vendita sospetta in Albania.
In Albania, si parla di un coinvolgimento diretto della
moglie del capo della missione, Michele Grillo, (sostituito nell'incarico) nella vendita. In precedenza, quel ruolo era stato coperto da Anna
Poggi,ex responsabile
dell’ufficio trattazione atti a Genova Bolzaneto, condannata per le violenze
del G8 del 2001 (sentenza confermata in Cassazione, ma prescritta).

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