Pensioni: blocco perequazione, la Corte Costituzionale ha pubblicato le motivazioni della sentenza
E’ stata depositata la motivazione della sentenza n. 250/17, con cui la CorteCostituzionale
ha respinto tutte le eccezioni di costituzionalità contro il blocco della perequazione delle pensioni disposto dalla legge Fornero.
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| Roma - palazzo della Consulta |
Tale blocco venne dapprima dichiarato incostituzionale dalla stessa Corte con la sentenza n. 70 del 2015, poi venne sostanzialmente reintrodotto dal Decreto Legge Renzi-Poletti n. 65 del 2015, poi adesso salvato dalla Corte Costituzionale.
la Corte non si è limitata a cambiare idea, ma ha addirittura travisato quello che aveva chiaramente affermato nella prima sentenza.
Troppe sono state le violazioni del diritto al giusto processo in questa vicenda:
la violazione della precedente sentenza della Corte, che costituiva un “giudicato costituzionale”
la concessione di soli 5 minuti ai difensori per la discussione di questa causa
la riduzione del Collegio giudicante (da 14 a 11 giudici) a seguito del differimento dell’udienza al pomeriggio, ma con anticipo nella mattinata della discussione delle altre cause fissate successivamente
la violazione della precedente sentenza della Corte, che costituiva un “giudicato costituzionale”
la concessione di soli 5 minuti ai difensori per la discussione di questa causa
la riduzione del Collegio giudicante (da 14 a 11 giudici) a seguito del differimento dell’udienza al pomeriggio, ma con anticipo nella mattinata della discussione delle altre cause fissate successivamente
Per non smentire la propria prima sentenza n. 70 del 2015, oggi la Corte afferma addirittura che: “Tale sentenza demandava al legislatore un intervento che, emendando questi vizi, operasse un nuovo bilanciamento dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti, nel rispetto dei «limiti di ragionevolezza e proporzionalità», senza che alcuno di essi risultasse «irragionevolmente sacrificato»”.
Non è affatto questo che affermò la Corte nella prima sentenza !
Infatti Il 12 maggio 2015, sul Corriere della Sera, un autorevole ex Giudice Costituzionale, il Prof. Sabino Cassese (ex ministro), che era contrario alla prima sentenza della Corte, la criticò fortemente proprio perché NON aveva dato nessuna delega al Parlamento.
Infatti Il 12 maggio 2015, sul Corriere della Sera, un autorevole ex Giudice Costituzionale, il Prof. Sabino Cassese (ex ministro), che era contrario alla prima sentenza della Corte, la criticò fortemente proprio perché NON aveva dato nessuna delega al Parlamento.
Così affermava testualmente Cassese:
La Corte “avrebbe potuto fare una sentenza chiamata, nel gergo, additiva di principio, cioè stabilendo il principio della rivalutazione anche per le pensioni di livello pari a tre volte la minima, ma lasciando a governo e a Parlamento il compito di scegliere come provvedere”.
Invece Cassese si lamentava proprio del fatto che la Corte non l’ avesse fatto. Ma non solo! Nel merito oggi la Corte afferma che le pensioni di oltre sei volte la minima non hanno “molto sofferto” per aver perduto per sempre il 5% della loro pensione. Si tratterebbe di poca cosa che non avrebbe intaccato il tenore di vita.
Al contrario nel 2016 la Corte (nella sentenza 173/16) aveva affermato che anche le c.d. pensioni d’oro (quelle superiori a 14 volte la minima, e quindi a 90 mila Euro l’ anno) non potevano essere private a lungo del 5% della pensione, e che tale prelievo deve “essere comunque utilizzato come misura una tantum”, poiché “l’incidenza sulle pensioni (ancorché) “più elevate” deve essere contenuta in limiti di sostenibilità e non superare livelli apprezzabili”.
Quindi secondo la Corte:
è possibile togliere per sempre il 5% ai pensionati sopra le sei volte la minima (sentenza n. 250/17,)
Invece per i pensionati con oltre 14 volte la minima non è possibile togliere per oltre tre anni lo stesso 5% (che deve invece restare “una tantum”) sent. 173/16.
Ma quale sarebbe la differenza?
La sentenza dei “ricchi” (oltre 14 volte la minima) costava solo 84 milioni, poiché i ricchi sono pochi. Invece i pensionati “normali” che chiedevano la restituzione dello stesso 5% costavano 3,8 miliardi, e allora la legge non è più illegittima, poiché costoro debbono salvare la patria.
fonte studio Iacoviello

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